Nel discorrere quotidiano, quando si parla di “apparecchio fisso” ci si riferisce solitamente al classico sistema con i bracket (spesso chiamati amichevolmente “piastrine”, “stelline” e quant’altro) (fig.1) che si vede sovente nelle bocche di ragazze e ragazzi in età scolare.

fig.1
Al giorno d’oggi, fortunatamente, l’ortodonzia non rappresenta più un elemento di disagio sociale, come poteva essere per gli adolescenti dei passati decenni, sia per i progressi in ambito estetico nel disegno e nella composizione materiale delle apparecchiature, sia per l’ormai amplissima diffusione dei trattamenti ortodontici tra la popolazione, giovanile e non.
Le apparecchiature fisse tradizionali sono in acciaio inossidabile e sono tuttora quelle più utilizzate nella pratica clinica. Esistono anche apparecchiature composte da bracket in ceramica o in resina i quali, seppur meno visibili di quelli in acciaio, hanno caratteristiche fisiche che li rendono probabilmente meno versatili in ambito clinico, oltre ad essere più costosi.
Come funziona
I componenti principali di un apparecchio fisso tipico sono: le bande o i tubi per i molari, i bracket per i premolari, i canini e gli incisivi e l’arco, che si inserisce negli slot di questi componenti e viene ad essi solidarizzato per mezzo di legature metalliche o elastiche (esistono anche altri tipi di bracket, chiamati autoleganti, muniti di sportellini per mantenere l’arco in sede). A questi elementi si aggiungono ausiliari come le molle, i moduli elastici, le miniviti ortodontiche, ecc.
Al giorno d’oggi esistono numerose tecniche ortodontiche, tutte assolutamente valide da un punto di vista clinico. Differenze a parte, ciò che le accomuna è il fatto di derivare tutte dalla medesima filosofia di partenza, quella straight–wire (“a filo dritto”), che prevede l’utilizzo di archi privi di pieghe (a parte la curvatura naturale della bocca).
In passato occorreva modellare l’arco in modo tale che ogni dente avesse la propria precisa collocazione tridimensionale all’interno del cavo orale, con notevole dispendio di tempo ed energie da parte dell’ortodontista. Ciò si rendeva necessario in quanto i bracket erano sostanzialmente identici per tutti gli elementi, quindi erano le modifiche sull’arco a generare le forze necessarie all’allineamento.
Con la tecnica straight–wire, invece, si è introdotta l’importante novità di inserire le informazioni necessarie all’allineamento direttamente all’interno degli slot (le corsie nelle quali è alloggiato l’arco) dei bracket: non è quindi più necessario modellare l’arco come si faceva una volta, e anche se nella pratica clinica la necessità di effettuare pieghe sul filo permane, il numero di queste è stato drasticamente ridotto.
Nelle tecniche ortodontiche vestibolari (esistono infatti anche tecniche che prevedono l’applicazione delle apparecchiature sul versante linguale o palatale dei denti) i bracket vengono incollati sulla superficie esterna dei denti, per mezzo di sistemi adesivi comunemente impiegati in ambito odontoiatrico.
Il bonding, ovvero l’adesione dei bracket ai denti, avviene dapprima preparando lo smalto degli elementi con sostanze che ne aumentino la capacità di ritenzione, quindi applicando un adesivo liquido sulle superfici così preparate ed infine applicando i bracket, sulla cui base è stata posta una piccola quantità di resina composita, sui denti. Ciò che avviene è un legame chimico–meccanico fra lo smalto, l’adesivo più la resina composita e la base del bracket.
Una volta posizionati i bracket (ad altezze specifiche per ciascun elemento dentale) si inserisce l’arco, opportunamente modellato, collocandolo all’interno degli slot presenti sui bracket. Nelle fasi iniziali del trattamento, quando i denti sono disallineati, l’arco non entrerà passivamente negli alloggi ma dovrà essere forzato a entrare; a questo punto l’ortodontista solidarizzerà l’arco ai bracket utilizzando delle legature elastiche o metalliche.
Una volta deformato elasticamente a seguito dell’inserimento negli slot e poi legato, l’arco rilascerà delle forze sui denti che saranno correlate alle caratteristiche fisiche e biomeccaniche del materiale che lo compone (acciaio, nichel–titanio, beta–titanio, ecc.), alla sua sezione (rotonda o rettangolare), al suo spessore, ecc. Queste forze sono quelle che permetteranno ai denti di spostarsi.
Normalmente si impiegano dapprima archi più sottili e più elastici per livellare le altezze dentali per poi passare ad archi sempre più spessi e rigidi che permettano un miglior controllo degli spostamenti e delle inclinazioni.
